Sylvia Plath la campana di vetro

Sylvia Plath la campana di vetro

Sylvia Plath la campana di vetro: romanzo pubblicato per la prima volta nel gennaio 1963, con lo pseudonimo di Victoria Lucas e successivamente ripubblicata, postuma, con il suo vero nome. Nonostante la drammaticità che avvolge la vita della “poetessa triste”, come l’ha definita qualcuno, la Plath è, probabilmente una delle scrittrici internazionali più lette, nessuna eccezione fatta per l’Abruzzo, dove, in base ai dati, risultano vendute un numero considerevole di copie. Ma chi era Sylvia e perché la sua vita fu tanto tormentata e discussa?

Partiamo con il titolo dell’opera, in origine The Bell Jar, un’autobiografia sottilmente velata, che racconta dell crollo mentale e, il successivo recupero, di una giovane donna, esplorando anche le aspettative sociali delle donne negli anni ’50. Come tutti sanno, la Plath si suicidò un mese dopo la pubblicazione di La campana di vetro, che resta il suo unico romanzo.

Sylvia Plath la campana di vetro: trama

La storia, narra la vita di Esther Greenwood, studentessa universitaria che sogna di diventare poetessa. Verrà selezionata per uno stage estivo di un mese, come redattrice ospite della rivista Ladies’ Day. Tuttavia, la sua permanenza a New York non sarà appagante perché si scontrerà con problemi di identità e norme sociali. Incontrerà altre due stagiste che manifesteranno visioni contrastanti della femminilità e i conflitti interni di Esther. La ribelle e sensuale Doreen e la sana e vergine Betsy. Durante questo periodo, Esther penserà molto al suo ragazzo, Buddy Willard, e alla rabbia nei suoi confronti per via della confessione di quest’ultimo sulla sua non verginità, sostenendo di essere stato sedotto.

La ragazza lo ritenne un ipocrita, in quanto si era comportato come se la sua esperienza sessuale fosse più matura. Dopo essere stata scartata per un corso di scrittura, Esther dovrà passare il resto dell’estate a casa con la madre. Il padre di Esther, era morto quando lei era più giovane. L’autrice si sforzerà di scrivere un romanzo e sarà sempre più scoraggiata, facendo diversi tentativi di suicidio in corso d’opera. Alla fine andrà in overdose da sonniferi, ma sopravviverà.

Conclusione

Esther verrà ricoverata in un istituto psichiatrico, dove sarà curata da uno psichiatra progressista che, tra le altre cose, attenuerà le sue preoccupazioni sul sesso prematrimoniale e la incoraggerà a procurarsi un diaframma. Inoltre, Esther affronterà un trattamento di elettroshock, che la farà sentire come se fosse stata liberata da una “campana di vetro”. Durante un “incontro notturno”, Esther perderà la sua verginità, che inizierà a pesarle come un macigno. In seguitò, avrà un’emorragia, cercherà l’aiuto di un’altra paziente, Joan, che la accompagnerà al pronto soccorso. Poco dopo Joan si suicida e la sua morte sembra placare i pensieri suicidi di Esther. Il romanzo si conclude con una Esther apparentemente rinata che sta per affrontare la commissione d’esame che deciderà se potrà tornare a casa.

Considerazioni

Celebrato inizialmente per la sua asciutta autoironia e la sua spietata onestà, La campana di vetro viene oggi letto come una critica severa della politica sociale degli anni Cinquanta. Plath ha creato chiari collegamenti tra l’emergente consapevolezza di Esther dei limitati ruoli femminili a sua disposizione e il suo crescente senso di isolamento e paranoia. Le aspettative contraddittorie imposte alle donne in relazione alla sessualità, alla maternità e alla realizzazione intellettuale sono collegate al senso di frammentazione di Esther. La sua guarigione finale si basa sulla sua capacità di respingere le versioni dominanti della femminilità che popolano il romanzo.

Sebbene riguardi l’atmosfera soffocante dell’America degli anni Cinquanta, La campana di vetro non si limita all’esame del genere. Il romanzo si apre con la frase “Era un’estate strana e afosa, l’estate in cui fulminarono i Rosenberg”, che si riferisce a Julius ed Ethel Rosenberg, condannati per spionaggio a favore dell’Unione Sovietica. Questa allusione alla guerra fredda e al maccartismo crea collegamenti impliciti tra le esperienze di Esther e le altre paranoie e i tradimenti che caratterizzarono il decennio.

Sylvia Plath 1932-1963

Sylvia Plath è stata una scrittrice e poetessa americana. Ha conosciuto e sposato il poeta britannico Ted Hughes, anche se in seguito i due si sono separati. Depressa, quasi da sempre, si è suicidata nel 1963, ottenendo diversi riconoscimenti solo dopo la sua morte, prevalentemente per il romanzo The Bell Jar e le raccolte di poesie The Colossus e Ariel.

Divenne la prima persona a vincere il Premio Pulitzer – 1982 – postumo. Nata il 27 ottobre 1932 a Boston, nel Massachusetts, era una giovane dotata e tormentata, nota anche per lo stile conflittuale delle sue opere. Tentò di uccidersi una prima volta, prendendo dei sonniferi, ma poi, come la protagonista del suo romanzo, tornò a Smith e si laureò nel 1955.

Le fu riconosciuta una borsa di studio a Fulbright, che la portò la giovanissima all’Università di Cambridge, in Inghilterra. Mentre studiava al Newnham College dell’università, aveva già incontrato il poeta Ted Hughes. Poi, nel 1957, trascorse un periodo in Massachusetts per studiare, insieme al poeta Robert Lowell e conobbe la collega poetessa e studentessa Ann Sexton. La Plath ritornò poi in Inghilterra nel 1959.

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Con la carriera in ascesa, la pubblicò la sua prima raccolta di poesie, The Colossus, in Inghilterra, nel 1960. Due anni dopo, diede il benvenuto al secondo figlio, (frutto del matrimonio apparentemente felice con Hughes) un maschio di nome Nicholas. La Plath creò anche le poesie che avrebbero costituito la raccolta Ariel , pubblicata dopo la sua morte.

Si suicidò l’11 febbraio 1963. Con grande disappunto di alcuni ammiratori, l’ex marito, Hughes, divenne il suo esecutore letterario. Venne mostrato al mondo il talento delle sue poesie, tra cui le più note: «Daddy» e «Lady Lazarus».

Ancora oggi è una poetessa molto apprezzata e studiata. La sua storia, la sua vita travagliata e la sua tragica morte,  sono alla base del film biografico Sylvia del 2003, interpretato da Gwyneth Paltrow, proprio nel ruolo principale.